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Paradisi Fiscali – cosa sono?

Paradisi Fiscali – cosa sono?

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I Paradisi Fiscali (probabile traduzione errata di “Tax Haven” che più appropriatamente significa “Rifugio Fiscale“) indica comunemente uno Stato che garantisce un prelievo fiscale basso o addirittura nullo in termini di tasse sui depositi bancari.

Cosa s’intende con l’espressione PARADISI FISCALI?

Nel linguaggio corrente individua un Paese che offre un trattamento f. privilegiato, rispetto alla generalità degli altri Stati, al fine di attirare capitali di provenienza estera.

Come nascono?

Da un lato la totale liberalizzazione del mercato dei capitali spinge le aziende a cercare le soluzioni legali e, in alcuni casi anche illegali, per pagare meno tasse e questa necessità per le aziende ha portato alla proliferazione dei paradisi fiscali, in tutte le loro gradazioni.

Quali sono oggi?

Secondo il Financial Secrecy Index, il miglior paradiso fiscale al mondo è rappresentato dalle Isole Cayman (USA). Seguono gli Stati Uniti; la Svizzera e Hong Kong. Dal quinto posto in poi, fra i migliori paradisi fiscali troviamo Singapore; Lussemburgo; Giappone; Olanda e Isole Vergini Britanniche.

Come funzionano i paradisi fiscali?

In termini più neutrali, un paradiso fiscale è una giurisdizione che permette di evadere o eludere le leggi e le normative di un altro Paese.

Sarebbe più corretto parlare di giurisdizioni “segrete” che – volutamente – non cooperano con le altre giurisdizioni e le istituzioni internazionali.

L’elenco dei paradisi fiscali, o Paesi con regime fiscale privilegiato, è lungo. In particolari condizioni, possono creare quello che la OCSE, nel rapporto “Harmful Tax Competition: An Emerging Global Issue“, definisce concorrenza fiscale dannosa.

Secondo lo schema indicato dall’OCSE, questi sono i punti chiave che permettono di individuare un regime fiscale dannoso:

  • imposizione fiscale bassa o prossima allo zero;
  • sistema “ring fenced“, cioè tassazione con ampia disparità tra i redditi generati all’interno o all’esterno;
  • assenza di trasparenza delle transazioni effettuate;
  • mancanza di scambio d’informazioni con altri paesi;
  • elevata capacità di attrarre società aventi come unico scopo quello di occultare movimenti di capitale, in assenza di effettiva attività economica ivi svolta.

Nuovi orizzonti: i paradisi fiscali nel cyberspazio

Non vi è una definizione specifica di criptovalute, ma molti policy-maker sembrano concordare sulla loro qualificazione come una sotto-categoria delle “valute virtuali”.

Dal Settembre 2012 – quando Mitt Romney, candidato alla presidenza degli Stati Uniti, fu vittima di un tentativo di estorsione avente ad oggetto la richiesta di un milione di dollari in Bitcoin – l’attenzione dell’opinione pubblica si è concentrata sulle cripotovalute.

Come spiegato dal prof. Marian:
  • i guadagni non sono soggetti ad imposizione fiscale, non essendo la distributed ledger parte di o essa stessa una giurisdizione: le criptovalute sono accumulate in conti cyber-spaziali, conosciuti come “portafogli”;
  • l’anonimato dei partecipanti è garantito: è possibile avere un numero illimitato di portafogli senza fornire alcuna informazione utile per l’identificazione;
  • le operazioni effettuate attraverso l’utilizzo dei Bitcoin avvengono in modalità peer-to-peer, pertanto non dipendono dall’esistenza di intermediari finanziari come le banche.

Ed è proprio la garanzia dell’anonimato, oltre all’assenza di attori istituzionali “classici” come governi ed intermediari finanziari, che rende il contrasto ai fenomeni criminali nel cyberspazio così ostico.

Benché alcune proposte siano state avanzate, si è ben lontani dall’approccio di sistema utilizzato per i paradisi fiscali “terrestri”

 

Una risposta.

  1. […] particolare nel settore finanziario e anche nella borsa dove molte persone investono soldi e azioni su di […]

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